gennaio 2001
Adesso che è finito tutto ve lo posso raccontare: io per questo scudetto avevo perso il sonno. Negli ultimi
due mesi è stato un inferno, dormivo per tre, quattro ore a notte. Mi addormentavo tardissimo e mi svegliavo
presto con un unico pensiero nel cervello: vincere, trovare il modo per portare finalmente questo successo a
Reggio Calabria. Sapevo quanto ci teneva la società, sapevo anche quanto era importante per la città, per tutta la
regione.
Adesso che è finito tutto vi posso dire anche un'altra cosa: io per questo scudetto ho pregato. Ho pregato
tantissimo, andavo in chiesa ogni volta che potevo. Pregavo alla fine di ogni partita. Correvo nello spogliatoio,
mi mettevo in ginocchio e ringraziavo Dio perchè non ci era successo niente, perchè nessuna si era fatta male.
Perchè eravamo forti, sì. Ma poche.
Adesso che è finito tutto mi posso dedicare anche a un'altra delle mie passioni. Perchè è da tanto che mi piaceva,
e non è detto che ci provi quando avrò finito con la pallavolo: io vorrei fare la giornalista. E voglio cominciare
in grande, anzi con una grande: Evgenia Artamonova, che tutti chiamiamo Eugenia. E dicendo questo non vi svelo un
segreto: lei per me è la migliore schiacciatrice al mondo. Non sa solo mettere giù la palla, ma è brava in ricezione,
a muro, il suo servizio fa sempre male. Bene, finite la confidenze, comincio con le domande, e perdonate se alla
grande Eugenia non mi rivolgo con il lei, come vorrebbero i manuali di giornalismo.
Eugenia, com'è stato quest'anno a Reggio Calabria?
"Ooohhhh (lei comincia sempre così, n.d.r., nota di Irina). E' andata molto bene, anche se il campionato italiano
è molto difficile, duro. Non mi posso lamentare, anche se era la mia prima esperienza in Italia ho raccolto successi
personali e di squadra. Sono soddisfatta, perchè ho giocato bene. Poi devo dire un'altra cosa: quest'anno ho capito
quanto è importante il ruolo della palleggiatrice. Se io ho giocato così bene, gran parte del merito va a Irina".
Anch'io sono davvero soddisfatta di Eugenia. Ho trovato in lei una mentalità vicino alla mia. Seria, molto autocritica,
mai contenta di come giocava. Io vedevo, capivo i suoi sentimenti (e anche quelli di Olga, Olga Potachova, l'altra nostra
russa), anche i suoi dolori, quando aveva la lacrime agli occhi per il male alle ginocchia e non si lamentava, ma non potevo
far trapelare queste mie emozioni, non volevo creare differenze o tensioni in squadra.
Eugenia ha fatto tutto quanto Gianni (Caprara) chiedeva, con grande disponibilità e con una professionalità infinita. E'
stato bello giocare con lei (e anche con Olga), mi chiedeva consigli, anche in campo. C'era molto feeling. E' ora di far
parlare di nuovo Eugenia.
Quest'anno hai vinto Supercoppa, Coppa Italia e scudetto. Qual è stato il successo che ti ha reso più felice?
"Sicuramente il campionato, perchè è stato il più difficile, il più lungo, quello che richiede più sacrifici. La
soddisfazione è anche quella di aver sempre battuto in finale squadre forti. Anche gli altri trofei mi resteranno nel
cuore. Come la Supercoppa, è un peccato che qui in Italia non gli diano tanta importanza. Non la dimenticherò mai: ero
arrivata da appena un giorno, avevamo fatto solo un allenamento insieme. E abbiamo vinto. E' stato bello anche vincere
la Coppa Italia, perchè abbiamo battuto prima Modena in semifinale e poi abbiamo recuperato con Bergamo, quando eravamo
sotto 2-1".
Non voglio essere ripetitiva, ma anch'io penso la stessa cosa. Io sapevo già che il campionato era il più difficile da
conquistare. E' stata dura all'inizio, perchè aspettavamo le cubane, e poi abbiamo capito che non sarebbero più arrivate.
Il campionato ha qualcosa di più, rispetto agli altri. Credo che alla fine nessuno di questi successi sia arrivato per caso,
perchè per vincere abbiamo sempre battuto squadre forti. Prima di chiudere l'argomento, però, voglio dedicare questo
scudetto ai miei genitori, che ho sempre chiamato alla fine di ogni partita, anche quando a Tula erano le 4 di mattina.
Alla mia mamma Svetlana, che vive più di me nelle mie partite, e a papà Vladimir, che non vuole farmi vedere la sua
emozione anche quando ha le lacrime agli occhi. Non hanno visto le finali, ma ho la videocassetta e gliela porterò.
Quest'anno tornerò a casa, in Russia, dopo 5 anni. Ma non perdiamo il filo, è ora di fare un'altra domanda.
La Coppa Campioni è sfuggita in finale, proprio a casa nostra, in Russia. Eugenia, prova a spiegare cosa è successo.
"Forse ero troppo emozionata, perchè giocavo davanti al mio pubblico, alla mia famiglia, ai miei amici, a quelli
che mi hanno vista crescere, anche come pallavolista. Non so perchè sia successo, perchè non era la prima volta per me.
Mi dispiace che si andata a finire così".
Secondo me una partita brutta può capitare a tutti. A me è successo di giocare male più di una volta quest'anno, ma ci
sta. Com'è andato a finire il campionato ormai si sa, e noi quando abbiamo fatto passi falsi eravamo consapevoli di
poterli recuperare. Non l'abbiamo potuto fare con la Coppa campioni. E' stata una partita sbagliata, ma con questo
non voglio togliere meriti a Modena, che ha giocato benissimo anche in semifinale e che si è meritata la vittoria. Ma
torniamo a questo campionato.
Eugenia, ci spieghi come hai preparato la prima finale scudetto in Italia della tua vita?
"Per prima cosa tutta la squadra è riuscita a immedesimarsi nella stessa mentalità. C'era disciplina, non servivano
tante parole per capirci. Poi, prima della finale, siamo andati in ritiro. Per me è stato importante. Mi sentivo tanta
responsabilità addosso, ero stata premiata come miglior giocatrice del campionato, sapevo che avrei dovuto fare la
differenza. In ritiro ho ritrovato la tranquillità".
Prima di parlare di tecnica, vorrei dire che io ci credevo davvero in questo scudetto. L'ho già detto all'inizio: andavo
in chiesa a pregare appena potevo, perchè non succedesse niente. E così dopo le partite. Non dormivo e dopo quelle poche
ore di sonno mi sentivo più stanca di prima. Sapevo come ci tenevano tutti qui. Hanno detto che questo campionato l'abbiamo
vinto soprattutto con il muro. Non ci siamo inventati niente di speciale per la finale: siamo stati i migliori a muro per
tutto l'anno, e qui voglio prendermi i miei meriti. Spesso ero io a comandare la strategia di muro. Mi è venuta in mente
un'altra domanda per Eugenia.
Qual è stata l'arma vincente di Reggio Calabria?
"La squadra molto unita. Anche dopo gara-3, quando abbiamo vinto ma io avevo giocato male. Continuavo a piangere, ma
tutte mi sono state vicine, mi hanno consolato. Dopo questo mi sono sentita tanto forte che avrei potuto fare tutto da
sola. E anche quando nella partita avevamo degli alti e bassi, non ho mai visto le mie compagne mollare".
Sono d'accordo con il fatto che l'unione della squadra sia stata alla fine vincente. Ma secondo me quello che ci ha fatto
vincere è stata l'imprevedibilità. Gianni ha avuto la capacità di preparare la squadra sempre in modo diverso. Eravamo
in grado di cambiare tattica durante la partita, così gli avversari non riuscivano mai a rispondere al nostro gioco.
E visto che ho parlato di Gianni, mi sembra giusto dirvi cosa è stato per me essere allenata dal mio fidanzato. Mi sentivo
molto responsabilizzata da questo doppio ruolo. Sapevo che quando lui era duro con me, in allenamento o in partita, io
dovevo accettarlo per il bene della squadra. Alla fine penso che per andare avanti non bisogna portare i problemi della
palestra a casa, e viceversa. Non è facile, ma è possibile. Adesso è ora di guardare avanti.
Eugenia, cosa farai l'anno prossimo?
"Adesso torno in Nazionale, poi si vedrà. Non dipende solo da me decidere cosa farò l'anno prossimo, saprò qualcosa
di sicuro dopo l'estate. Di sicuro mi piacerebbe tornare a Reggio Calabria, perchè in questa città mi sono trovata bene e
anche perchè è stato tutto perfetto. Vedremo".
Io, invece, come ho detto alla fine degli ultimi tre campionati, mi ritirerò. Ma non prendetemi troppo sul serio. Perchè
adesso, dopo tutta questa fatica, non vorrei più giocare. Poi, come mi succede tutti gli anni, alla fine dell'estate mi
torna la voglia di buttarmi in campo, sempre per vincere, naturalmente. Faccio fatica a staccare dalla pallavolo. Quindi
preparatevi. Ci sarò ancora, magari non da giocatrice.
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